Non perdiamo la testa, ma, soprattutto, il titolo

Nuovo post dell’avvocato Elena Nittoli dopo la lettura delle conclusioni del procuratore Palazzi. Le  omissioni, l’incompletezza, il sommario rigore inquisitorio, sulla spinta di una sollecitazione mediatica, della sua inchiesta confermano che questo è di fatto un processo politico che l’Inter deve combattere sul piano giuridico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

di: avv.  ELENA NITTOLI

Dopo la pubblicazione del parere di Palazzi, sembra che l’universo interista abbia accusato il colpo, sotto il peso della delusione per l’ennesima beffa interpretativa.
Attuata persino da chi aveva avuto la coerenza di portare fino in fondo -in un paese immobilista come il nostro- una richiesta di radiazione per anni rimasta nel dimenticatoio di qualche cassetto, nel mentre che l’illustre deferito in attesa di giudizio girava per i salotti mediatici a dispensare perle di saggezza calcistica e di vita.
Pare perciò strano, innanzitutto, l’equivoco nel quale il Procuratore Palazzi è incorso circa il significato da attribuire alla dignità comportamentale di una persona come Giacinto Facchetti. Evidentemente non lo ha conosciuto. Ma neppure deve aver sentito parlare di lui.

In effetti, considerazioni espresse con sommario rigore inquisitorio ed evidente incompletezza paiono piuttosto il portato di una sollecitazione mediatica, da cui forse lo stesso Procuratore è stato risucchiato, avuto riguardo alla pressante opera di convincimento che, da più parti, sta insistentemente convogliando un movimento di opinione. E considerato che, da calciopoli in poi, c’è un paese che aspetta questo momento, l’attesa ha reso tutti costoro inquieti e vieppiù solleciti.
Allora, forse, in una contaminazione ambientale del genere, il rigore integralista del ruolo ha soppiantato il discernimento critico dei fatti, lo sforzo di analisi ha ottenebrato la sintesi degli eventi.

L’omissione sembrerebbe la parola chiave: omette il Procuratore di contestualizzare  gli accadimenti, avuto riguardo a quanto successe davvero in quegli anni; omette di spiegare, ad esempio, quali vantaggi avrebbe tratto l’Inter da questa asserita concertazione che in qualche modo la vedeva -a suo dire- compartecipe, posto che tutti i sodali effettivi trassero effettivi vantaggi dall’alleanza con i vertici apicali dell’organizzazione (persino laddove l’assoggettamento avvenne in limine litis, produsse miracolose salvezze a margine di campionati già persi: ce lo ricordiamo, vero?).
Omette di rilevare, ancora, Palazzi il contesto in cui maturarono le concertazioni a latere di personaggi quali la gran signora Fazi ed il suo cavalier servente Bergamo, allorchè parlavano di Facchetti, concertando gli intenti fraudolenti a suo scapito, calibrando le finalità sottese finanche alle singole parole. Come i predatori fanno con le vittime designate.
 

In quegli anni, l’Inter fu la squadra che più ebbe da perdere, in termini economici, di risultati e di credibilità di potere. Ma forse anche questo, il Procuratore, nel suo sforzo requirente ha dimenticato.

 

 

 

Palazzi non accetta la spiegazione offerta da Moratti di una condotta a ’difesa da un sistema’ e dell’aggressione contestuale che quel sistema sferrava contro chi non ne faceva parte, indulgendo alla volgare arroganza nel tentativo di  sollecitazione istigatoria, come il gatto fa con il topo.
Adduca pure telefonate, cene e parcheggi, ma spieghi, allora, Palazzi l’assoluta mancanza di credito e di potere dell’Inter, nell’ambito di quel mondo.
Peccato, Procuratore, se ha omesso tutto questo… del resto, l’onestà intellettuale delle persone si misura anche dalla capacità di voler comprendere…quindi, occasione sprecata.

Ma, in fondo, ricordiamolo, il parere di Palazzi non sposta minimamente i termini della questione: che rimane una questione giuridica.
Non bisogna perdere di vista l’obiettivo, innanzitutto, che resta quello di tutela conservativa di un titolo in ragione di un principio di diritto: non esiste interpretazione dei fatti che rilevi sul piano tecnico, a questo punto.
Perché, mettiamocelo in testa una volta per tutte, il processo politico ce l’hanno già fatto. Ora aspettano solo di pronunciare la sentenza politica. Appunto, quella…
Ed è qui che l’Inter deve restare aderente al piano procedurale delle azioni volte ad una tutela effettiva dei propri interessi. Stiamo parlando di fatti prescritti: quindi basta fornire giustificazioni a chi non ha la coscienza per ascoltarle. Ma davvero dobbiamo ancora stare a spiegare chi fosse Giacinto Facchetti? Ed a chi, poi?

A costo di sembrare spietata come un avvocato, vorrei ricordare che l’intera questione va prospettata nei termini della mancanza di legittimazione ad agire di chi ha esperito l’azione, del difetto procedurale per il giudizio nel merito dei fatti, atteso il decorso del tempo (e la suggestione di Palazzi verso l’ipotesi di una rinuncia alla prescrizione da parte di Moratti è sembrata chiaramente allusiva di una segreta speranza, quasi un invito in tal senso) e della carenza di potere da parte dell’organo ora chiamato a decidere, in quanto l’ipotetica revoca dell’atto non appare facoltà riconosciutagli dall’ordinamento nel caso di specie.
La battaglia legale deve esser condotta attraverso i punti di una strategia defensionale precisa, che non deroghi alle proprie premesse come agli obiettivi prefissati e, soprattutto, non presti il fianco a tormenti autolesionistici, inconferenti rispetto al raggiungimento dello scopo: e lo scopo è la dimostrazione dell’insussistenza dei presupposti per la revoca del nostro titolo. Punto.

Tutto ciò non passa, nel caso specifico, attraverso una ricostruzione dei fatti nel merito. E’, semmai, il piano su cui gli altri vorrebbero portarci: strumentalizzando quei fatti ad uso di una tesi che altrimenti non avrebbero modo di dimostrare. Così fanno, anticipando sin d’ora i criteri eccentrici di una decisione nel merito (la sentenza politica che si profila all’orizzonte), che le circostanze invece non consentirebbero.

Non cadiamo, per davvero, nel tranello di una trappola politica… ché la guerra è appena iniziata…