Gabriele Porri è un grande conoscitore di storia del calcio e nerazzurra in particolare. Ha ripescato dalla sua memoria il ricordo di un personaggio controverso come Carlo Petrini e ha immaginato una eventuale inchiesta di Palazzi su quel Bologna-Juventus di 31 anni fa e sul denaro versato dallo stesso Petrini a Cruciani per non testimoniare e non far condannare la Juve.

di: GABRIELE PORRI
Carlo Petrini è un uomo solo, uno sconfitto. Non un personaggio limpido e irreprensibile, di certo ha pagato il dazio di quanto commesso senza lamentarsi. Quando giocava a calcio ha preso il doping e ha scommesso, dopo ne ha parlato in diversi libri, ottenendo una certa popolarità negli ultimi anni. Qualcuno delle nuove generazioni ne avrà sentito parlare per questo e non per la sua carriera di buon centravanti.
Perché parlo di lui in questo preciso momento storico? Perché quando, ultimamente, ho letto le frasi del presidente federale Abete (“L’etica non si prescrive”) e del massimo dirigente juventino Andrea Agnelli (“Il palmares non si prescrive”) mi è venuto in mente proprio Carlo Petrini da Monticiano, compaesano di Luciano Moggi.
Era il 1980 e l’Inter si sta avviando a conquistare il suo dodicesimo scudetto, a marzo scoppia lo scandalo scommesse coi coinvolgimenti importanti a livello di società (Milan e Lazio), con presidenti e calciatori arrestati la domenica fuori dallo stadio. Altri tempi, con l’opinione pubblica indignata per l’assoluzione in sede penale dei personaggi coinvolti – oggi è il contrario – per mancanza del reato, la frode sportiva, che verrà creato in seguito.
Petrini è tra le menti del Calcioscommesse, all’epoca gioca nel Bologna, che se la caverà con una penalizzazione di 5 punti. Scrive Petrini sul suo “Nel fango del dio pallone” della Kaos Edizioni, di una combine per il pari di Bologna-Juvntus, di 50 milioni di lire scommessi e di una partita che finisce effettivamente 1-1. Di solito si puntava sullo 0-0 per evitare problemi, ma il portiere bolognese Zinetti commette una papera e la Juve (in quel periodo in crisi nera) passa in vantaggio. A quel punto Bettega tranquillizza i bolognesi: “Mi prendo la responsabilità io di farvi pareggiare”. E così avviene.
Petrini, mai querelato per i contenuti del libro, racconta poi del periodo in cui si svolge il processo. Tutto parte da un esposto del grossista di ortofrutta Massimo Cruciani, romano, che sostiene di essere stato truffato. Non è il caso di dilungarsi sui fatti di trent’anni fa, sta di fatto che a un certo punto Cruciani deve testimoniare in aula di quel Bologna-Juventus. Giampiero Boniperti e l’avvocato Chiusano avvicinano Petrini che deve convincere Cruciani a non presentarsi in aula, in cambio di 70 milioni. Tutto va come previsto e la Juve si salva da una retrocessione certa in Serie B.
Ora poniamo che qualcuno presenti un esposto alla FIGC perché vuole che alla Juve sia revocato lo scudetto 1980-81, quello successivo, perché la Juve non avrebbe dovuto partecipare a quel campionato bensì alla Serie B. E poniamo che Palazzi indaghi un anno, senta Cruciani e Petrini che, ormai coperti dalla prescrizione nel penale, raccontino della corruzione per non testimoniare. E mettiamo che ascolti anche Boniperti e che ne accolga qualche giustificazione. Chiusano, purtroppo, è morto otto anni fa e non può difendersi, e gli si addossa buona parte della colpa.
I fatti sono prescritti anche per la giustizia sportiva, son passati 31 anni, ma Palazzi presenta una relazione durissima sulla Juve. Amplificata dai media e portata all’esasperazione dai tifosi delle altre squadre, specialmente i romanisti che persero quello scudetto per colpa di Bergamo che annullò il gol di Turone. Oggi non potranno riavere lo scudetto ma sono convinti sia giusto revocarlo agli odiati rivali. Del resto, l’etica non si prescrive e i fatti sono gravissimi per poter essere taciuti, anche a distanza di decenni. Il campionato da revocare non è lo stesso dei fatti ascritti a Boniperti e Chiusano, ma nemmeno lo è per le intercettazioni di Facchetti e Moratti, quindi poco importa: se i deferimenti fossero arrivati in tempo, la Juve non avrebbe, come già detto, partecipato al campionato poi vinto.
Ecco, questa è la china pericolosa su cui il calcio italiano si sta velocemente portando. Oltretutto se chi non testimoniò allora lo facesse adesso, racconterebbe fatti e comportamenti ben più gravi delle telefonate di Moratti e Facchetti, come ha ben spiegato Simone Nicoletti su questo stesso sito. Tuttavia, se è vero che l’etica e il palmares non si prescrive, questo potrebbe essere uno scenario plausibile e sarebbe la morte del calcio italiano: per colpa di chi non è riuscito ancora a voltare pagina – e non lo farà a breve – il rischio è quello di non renderci conto che, davanti, non c’è più futuro.



