Sanchez è andato. Pastore è andato. Giuseppe Rossi ha stappato ieri una bottiglia di Perrier Jouet Belle Epoque 1995 alla notizia che non sarebbe tornato in Italia, Aguero invece non c’ha mai pensato. Fabregas chiama ogni giorno Guardiola implorandolo di tirarlo fuori dal pericolo d’andare al Milan. Eto’o e Sneijder s’incantano all’udire sirene inglesi.
Al limite arriva Tevez, che deve scegliere tra il prestigiosissimo calcio argentino e l’Italia. Ibrahimovic è tornato solo perché abbiamo capito che oltre i nostri confini è sì e no un giocoliere particolarmente alto.
Per chi ancora nutrisse dubbi sullo stato comatoso del calcio italiano, questo sciorinare di nomi in uscita e di “impossibilitati ad entrare” dovrebbe essere la conferma definitiva. Il calcio italiano ha fatto, strafatto, si è giocato la credibilità e la stabilità in anni di spese folli e idiote, di accordi sotto banco, di “lobby che fanno pressione”, per arrivare a tutta velocità, a fari spenti nella notte, inconsapevole di fronte all’unica fermata possibile.
Verrebbe da dire: “staccate la spina”. Perché il calcio italiano è ormai allo stato vegetativo puro, elettroencefalogramma piatto.
Verrebbe da dire che non può essere diversamente se a guidare l’eventuale riscossa dovrebbero essere gli Abete, i Galliani, i Della Valle, gli Agnelli giovani e i Lotito per arrivare giù in fondo agli acrobati Palazzi e ai riciclati Braschi. Dico, guardatevi allo specchio.
Le più grandi novità degli ultimi anni sono state l’improvvisa barriera ad un solo extracomunitario e la nomina di Baggio a Presidente del Settore Tecnico di Coverciano (?), Sacchi a Coordinatore delle Giovanili e Rivera a Presidente del Settore Giovanile-Scolastico: nomine salutate come un “cambiamento epocale”. Uno tsunami in piena regola, considerando il “pachidermismo” del nostro calcio. Peccato che poi siano ruoli i cui effetti si vedranno, forse, se faranno bene, se ci saranno le condizioni, se non finiremo come la Grecia, se avremo ancora un calcio etc…, fra 10 o 15 anni.
Il problema è adesso. È oggi, se non già ieri e l’altro ieri.
C’è bisogno di interventi forti, decisi, e di gente che si tolga dalle palle perché è incapace di capire il rinnovamento necessario. Giancarlo Abete, ti vogliamo bene, sei belloccio, ma togliti dalle palle. E via via tutti gli altri: fatevi da parte. Avete soldi, avete aziende, avete lavoro altrove: fate posto a gente che abbia voglia, sia coraggiosa, non guardi in faccia e soprattutto “gente che non è ancora entrata in questo mondo” e che abbia il coraggio di mandarli affanculo tutti uno ad uno, senza poi sentirsi rimbrottare qualcosa dal Preziosi di turno, e che non gliene importi nulla dei calendari.
Perché questi dinosauri qui sono rimasti alla loro epoca. Sono convinti che Robinho sia Van Basten e che Motta valga Matthaeus, che basta mantenere lo status quo e prima o poi qualcosa arriva, che tanto ci sono i soldi dei diritti tv a risolvere i problemi, basta spartirli bene. E al limite litigano per un calendario.
In tutto questo, la situazione dell’Inter si innesta alla perfezione. Unici veri Paladini e Difensori del Fair Play Finanziario che sarà (o che fu?), bloccati da una strategia societaria e di mercato votata all’immobilismo, quello che risalta agli occhi è non avere idea di cosa fare da grandi e di vivere a metà tra un passato recente glorioso e un futuro incerto.
Stare a metà del guado è pericoloso e dannoso. Si scelga, con chiarezza, cosa vuol essere l’Inter: se la punta di un rinnovamento vero, l’Arsenal de noantri, il nuovo Porto, un Bayern diversamente abile, oppure puntare ad altro. Perché ad oggi ci sembra di stare a metà, con quei due spot cervellotici che campeggiano da tempo sotto la tenda nerazzurra: il FPF e “viene un big se parte un big”.
Si abbia coraggio. Siamo in un calcio morto? Siamo tutti in difficoltà economiche? Non ci sono margini per grandissimi colpi? Allora si venda Eto’o e si prendano due attaccanti giovani e promettenti, salvando il resto per un centrocampista, giovane, stipendio basso. E se arriva l’offerta giusta per Sneijder, non pensare né a Fabregas né a Tevez, operazioni non-sense se in ottica di sostituzione dei partenti, ma dare peso all’imprecisato numero di “osservatori dell’Inter” e scovare in tempo i Pastore (che era praticamente già nostro, ndr), gli Ilicic, i Sanchez, persino i Poli e i Montolivo che in una squadra, se “allevati” in casa, fanno sempre sugo. Perché a fare il Leonardo che acquista, senza concorrenza, a 45 milioni Pastore siamo bravi tutti. A prendere Sanchez con 38 milioni siamo bravi tutti. Il problema è che i soldi bisogna averli e se non li hai devi prendere Pastore e Sanchez nel 2009 e nel 2007, Cavani e Suarez nel 2008.
Si abbia coraggio e ci si guardi allo specchio, anche l’Inter che in quel mondo ci vive.
Perché c’è un momento in cui va detto “basta”, inutile incaponirsi: diventa accanimento terapeutico inaccettabile. Queste sono realtà che nascono, vivono, diventano floride e poi muoiono. Ma rinascono, rivivono e ridivendano floride.
Basta volerlo. Basta avere le idee chiare.













