Gabriele Porri analizza la difesa mediatica della Juventus, che si basa essenzialmente sulle arringhe dei legali di Moggi. Amplificate dal largo seguito che ha il club torinese.
Lo so, forse starò esagerando con la provocazione, ma ho voluto appositamente prendere in considerazione i paralleli di cui leggerete, per farvi capire qual è il meccanismo che induce il tifoso juventino medio a far credere a chi – essendo tifoso “normale” – segue il calcio e non la cronaca giudiziaria che il processo di Napoli sta mostrando verità incredibili, in cui Moggi è bianco come un giglio e gli altri sporchi come un lenzuolo messo a stendere davanti a una fabbrica inquinante.
Io ho massimo rispetto per chiunque e questo post non vuole colpevolizzare nessuno. Il mio scopo è quello di farvi capire che se si parla di processi e ci si appiattisce su una posizione (in questo caso quella della difesa) è chiaro che si ha una realtà distorta dei fatti. Specie se l’assistito è colpevole. Da poco è passato il 31 luglio e per l’ennesima volta ho atteso che l’avvocato Taormina ci svelasse il “vero” nome dell’assassino di Cogne. Ho aspettato, nel caso in cui al giorno e al mese non fosse specificato l’anno, ma Taormina rilasciò quelle dichiarazioni nel 2004. Sono trascorsi sette lunghi anni e nel frattempo la sua assistita, Anna Maria Franzoni, sta scontando la pena a 16 anni di carcere, con buona pace dell’opinione pubblica.
Un altro caso recente di cronaca nera è l’omicidio della 29enne Melania Rea, ed è un po’ il caso criminale del 2011. Al momento il marito della ragazza, Salvatore Parolisi, è detenuto con l’accusa di essere l’omicida. Siamo ancora lontani dall’accertamento della verità, e Parolisi è come tutti quelli che sono nelle sue condizioni un presunto innocente. Tuttavia, non possiamo non notare come i suoi avvocati si stiano barcamenando tra l’avvalersi, del loro assistito, della facoltà di non rispondere a teorie non confermate di capelli femminili rinvenuti sul cadavere della vittima. Ci rifacciamo a notizie di cronaca, dove l’indagato accusa (“spiato dagli amici, che ne hanno registrato le conversazioni per consegnarle agli inquirenti”), va in televisione a piangere per la perdita subita e si attiva affinché l’opinione pubblica possa evidenziarlo come vittima di un complotto mediatico.
Che c’entra col calcio, direte voi? Ci arriviamo. Perché spesso sentiamo parlare di un processo di Napoli che ci sta mostrando una realtà ben diversa da quella emersa nel processo sportivo. Invece, lungi dal difendersi nel processo, i legali e i periti degli imputati hanno cercato di mostrare come altri avessero tenuto gli stessi comportamenti criminosi dei loro assistiti. Come se un’associazione a delinquere + un’associazione a delinquere facesse zero associazioni a delinquere e non due. Perché è chiaro che, ammettendo che Facchetti e qualsiasi altro personaggio messo in mezzo da questi avvocati fosse colpevole di qualcosa, non lo era certamente in complicità con Moggi & oc., al massimo in contrasto. Ed è una loro ipotesi, perché noi sappiamo che non è così.
Noi interisti potremmo a ragione lamentarci della svolta dei media in questi cinque anni, specialmente di coloro che vogliono equiparare un pregiudicato nonché imputato a Napoli per associazione a delinquere finalizzata alla frode sportiva con una persona che è morta incensurata e oggi non può più difendersi. Ma c’è di più, a parte la condanna già avvenuta per alcuni di coloro che hanno scelto il rito abbreviato, tra cui Antonio Giraudo. I cosiddetti blogger tifosi juventini, nell’evidenziare – loro! – l’assoluta parzialità dei media nel trattare Calciopoli in chiave anti-moggiana (ma dove vivono?), accusano i giornalisti di non essere informati sui fatti del processo. Per quale motivo? Scrive Emilio Cambiaghi, tifoso-scrittore juventino, dopo avere cercato di mettere in mezzo in una lettera aperta ai giornalisti tutta la Serie A 2005-2006 come colpevole dello scandalo, rivolgendosi ai giornalisti: “Quando pubblicherete dei resoconti attendibili del processo di Napoli evidenziando anche le teorie lucide e interessanti delle difese?”
Quindi Moggi & Co. Sono innocenti come lo è sicuramente Parolisi e come la signora Franzoni, vittima di errore giudiziario. Così come la banda della Magliana non è mai esistita come la conosciamo, parafrasando Maurilio Prioreschi, uno degli avvocati di Moggi e al contempo della famiglia De Pedis, il quale sostiene che “sul certificato penale di ‘Renatino’ c’è solo un episodio di rapina, risalente al 1974, e per cui e’ stata scontata interamente la pena. Enrico De Pedis non ha mai subito condanne per il reato di associazione a delinquere o per concorso nell’omicidio di alcuno. Inoltre, si fa presente che nel processo principale che ha riguardato la cosiddetta Banda della Magliana, la Cassazione ha escluso che questa fosse una organizzazione di tipo mafioso”.
Eppure la Banda della Magliana è considerata da chiunque la più grande organizzazione malavitosa della capitale, con buona pace di Prioreschi, Parolisi rimane in custodia cautelare con buona pace dei suoi avvocati e così la Franzoni sconta i suoi sedici anni, con buona pace di Taormina e di chi l’ha seguito dopo il suo accantonamento.
Ma qual è la differenza tra loro e gli imputati di Napoli, al di là del tipo di reato? Ma è facile: loro non hanno milioni di tifosi pronti a manifestare contro le condanne passate, presenti e future, a boicottare i giornali, a scendere in piazza. E scusate se è poco.




