Un post di sfogo di un tifoso qualsiasi. Per poi infilarsi l’elmetto e cominciare questa stagione che sarà una battaglia su ogni fronte. Ogni spalto una trincea.
Chiariamo subito: io sono un tifoso. E sono contento di esserlo, orgoglioso di non essere meramente uno sportivo, un curioso, un professionista o un dilettante. Mi hanno costretto a diventare un ragioniere, esperto di bilanci e transazioni finanziarie, di plusvalenze e forme societarie. Mi hanno violentato obbligandomi a diventare un leguleio, praticamente pronto per diventare il principe del foro, o a mandare un mio curriculum a Ghelfi (non si sa mai). Ma io sono un tifoso, un partigiano nerazzurro. Non voglio essere altro.
E sono stanco delle motivazioni razionali e delle operazioni ragionevoli, della comprensione della complessità delle cose di calcio. Sono stanco di capire. Vorrei solo poter vivere la mia passione per quello che è: urlare come un pazzo quando la palla si infila sotto la traversa avversaria; torcermi le budella prima di una partita anche se dobbiamo affrontare la Nissa; sfottere gli avversari e infierire su di loro. Ho un moto di ribellione verso questa necessità di comprendere e accettare, verso quest’atteggiamento razionale e misericordioso (ah maledetti i nostri 2000 anni di Stato Pontificio!) che viene richiesto al tifoso di calcio.
La felicità per aver raggiunto un traguardo che la mia generazione non immaginava di poter vivere, per essere stato testimone di un ciclo vincente della propria squadra ha concesso 12 mesi di tregua durante i quali la società ha goduto di credito infinito e ha potuto commettere tutti gli errori possibili trincerandosi dietro la sindrome da appagamento. Ma la tregua è finita.
Ho dovuto sorbirmi l’ennesimo mercato fatto vendendo uno dei propri giocatori più forti (a un prezzo “ragionevole” ma non certo “folle” come sbandierato in tempi non sospetti dallo stesso Moratti) per sostituirlo con giocatori giovani e tutt’altro che esperti (ma incrociamo le dita) in nome di un pareggio di bilancio che non si raggiungerà comunque e di non meglio specificate necessità tecniche che non verranno soddisfatte (l’assortimento della rosa è quantomeno bislacco, a centrocampo siamo rimasti i soliti e l’allenatore chiaramente a tempo determinato).
Per carità: i giocatori e gli allenatori vanno e vengono, la maglia rimane. Però quello che è evidente è l’assenza di un progetto chiaro che preveda anche una dimensione di crescita: se il punto è ringiovanire abbiamo fior di esempi in squadra che sforano i parametri più di elementari da questo punto di vista; se il punto è risparmiare anche. Se il punto è gestire il ridimensionamento anche in questo caso passare dalle stelle alle stalle in 15 mesi è un po’ drastico come modello di management. Ma la cosa più grave è l’assenza di entusiasmo che si respira in casa nerazzurra, scoramento immediatamente trasmesso a squadra e tifosi. Va bene il lutto post coitale, ma non bastano 12 mesi per elaborarlo?
La festa è finita, ci dicono. Soldi, frizzi e lazzi sono un ricordo del passato, ci dicono. Bene. Noi tifosi continueremo ad amare l’Inter come sempre. Ma se la festa è finita, è tempo di fare di necessità virtù: non è accettabile sprecare l’80% dei ricavi per giocatori ultratrentenni (a cui siamo riconoscenti, ma grazie e arrivederci), né non riuscire a monetizzare giocatori che non fanno più parte del progetto e hanno ingaggi e costi come cartellino ridicoli. Non è accettabile proporre solo tagli e nessuna prospettiva. Non è credibile pensare di costruire un nuovo ciclo, anche con il tempo necessario, senza pensare di aizzare i sogni e la passione dei tifosi.
La festa è finita, la tregua pure: tutti ai posti di combattimento. Noi tifosi in trincea sugli spalti per sostenere la squadra (le critiche confiniamole a luoghi come questi, non portiamole sugli spalti), ma la società dipinga (o almeno tratteggi) progetti all’altezza di un futuro nerazzurro. E chi non è in grado di essere utile alla causa venga spedito non dico al confino, ma almeno in cucina a pelare patate e ad evitare di fare danni.
Se la società Inter non è in grado di fare tutto questo, allora non è la società che fa per i tifosi interisti. Perché tanta passione deve essere corrisposta. E se ci hanno fatto studiare tanto per comprendere i vari problemi del sistema calcio, adesso non si lamentino se pretendiamo molto e se le nostre critiche sono ancora più aspre. Perché per la società Inter soddisfare il tifoso nerazzurro e i suoi desideri in un contesto difficile come quello attuale deve essere la più grande delle sfide, non un fastidioso contrattempo.
Per ora la più grande sfida per un tifoso come me è quella di accettare una stagione a zero tituli dopo sei anni in cui qualcosa si è sempre portato a casa, puntando come mastini a un secondo posto fondamentale per alimentare la speranza che ci sia un futuro. Perché il presente al momento è già fottuto. Adelante companeros! Hasta la victoria!
_nero















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