Storie di ordinaria follia tra calcio e leggi assurde: l’Assata Shakur

Posted 15/11/2011 15:20 by with 179 comments

Quello che riportiamo in calce è un articolo che riassume molto bene la vicenda della Assata Shakur (adesso temporaneamente rinominata Konlassata), una squadra di terza categoria dilettanti obbligata a cambiare nome e il cui animatore principale si è visto condannare a 5 anni per violazione del DASPO per aver accompagnato la squadra in panchina. Una storia di ordinaria follia che spiega molto bene perché garantire ampia discrezionalità alle forze dell’ordine nelle decisioni che limitano la libertà delle persone (come le diffide) anziché pretendere una decisione di un organo giudicante è uno dei difetti più gravi delle recenti legislazioni in merito ai reati da stadio. Non ci vuole molto a capire che la storia di Assata Shakur e di Alessio Abram sono emblematiche dello scarso buon senso con cui può essere presa una decisione quando ci si lascia guidare dall’istinto legalitario e repressivo. Ringrazio anticipatamente Sergio Sinigallia e Il Manifesto dove l’articolo è stato pubblicato.

“Cosa c’entra un club di livello mondiale come l’Inter con una sconosciuta Polisportiva di provincia composta da volenterosi dilettanti? Apparentemente nulla. Invece non è così. Agli inizi, più o meno, della dittatura fascista l’allora Internazionale fu obbligata dal regime a cambiare il nome in Ambrosiana Inter, perché Internazionale richiamava un altro tipo di squadra e non ci vuole molto per capire quale. I dirigente neroazzurri dovettero piegarsi al diktat del Duce. Dopo molto tempo c’è qualcun altro che ha deciso che un nome dato ad una squadra non va bene e va cambiato. La brillante idea è venuta alla Federazione gioco calcio delle Marche lega dilettanti che, appunto, ha intimato alla Polisportiva Assata Skakur di Ancona, terza categoria, di cambiare denominazione perché si tratta del nome di una «terrorista». Assata ha oggi 61 anni, vive a Cuba dove fu accolta come rifugiata politica nel 1984. Militante delle Pantere Nere, fu imprigionata negli anni settanta e riuscì ad evadere nel 1979. Cinque anni dopo l’arrivo nel paese caraibico. Ma il casus belli di tutta la questione è provocato da Alessio Abram, 43 anni, figura storica del tifo anconetano, da anni impegnato nei movimenti sociali. A dire il vero Alessio è vittima di una storia piuttosto kafkiana. Lo incontriamo al Teatro delle Muse di Ancona dove si sta svolgendo una grande assemblea di solidarietà con gli operai del Cantiere Navale.

La nostra esperienza nasce nel 2001 per iniziativa di un gruppo di tifosi della curva nord e di alcuni ragazzi del centri sociali. Dopo aver letto il libro autobiografico di Assara Shakur rimaniamo colpiti dalla sua storia, dalla sua infanzia contrassegnata dall’intolleranza razziale, e nello stesso tempo dalla scelta di lottare contro le ingiustizie in nome di tutte le minoranze». Nel 2003 si decide di dare vita alla vera e propria Polisportiva. Alessio è cintura nera di karate e inizia corsi di difesa personale aperti a tutti. «Ci siamo resi conto che l’ambito sportivo facilitava l’aggregazione, aiutava a rompere le barriere culturali fra le varie etnie presenti nel territorio». Già prima che nascesse la Polisportiva, nel 2002, si tiene la prima edizione del torneo di calcetto che coinvolge le comunità straniere locali. E il torneo diviene un vero e proprio “mundialito”. «Nell’edizione del 2010 abbiamo contato 2000 spettatori, 24 squadre partecipanti e 450 giocatori di varie etnie». Un evento che è sponsorizzato da Regione, Provincia e Comune. Ma soprattutto una esperienza che, insieme all’attività della palestra popolare, ha facilitato il crollo delle barriere. «Agli inizi ognuno giocava nella squadra del suo gruppo di provenienza. Con il passare del tempo c’è stata una felice “contaminazione” e nelle ultime manifestazioni le nazionali pur mantenendo il nome formale hanno giocatori vari, per cui nella Bolivia trovi algerini, senegalesi, ecc. Il problema della integrazione non riguarda solo italiani e stranieri, ma anche le varie comunità e noi abbiamo dato un buon contributo per superare le rivalità e le incomprensioni».

E veniamo alla cronaca di questi giorni. «A luglio dopo il mundialito 2011 abbiamo deciso di iscriverci al campionato di terza categoria dilettanti. In tutta fretta abbiamo tesserato 12 ragazzi e iniziato il campionato con grande entusiasmo. Fino ad ora abbiamo perso tutte le partite, ma per noi l’importante è portare una mentalità nuova, di rispetto. Alla fine di ogni partita facciamo il “terzo tempo” e invitiamo i giocatori dell’altra squadra ad un piccole rinfresco, cosa molto apprezzata». Ma all’ultima partita avviene qualcosa di assurdo. «Premetto – dice Alessio Abram – che come Polisportiva non abbiamo mai avuto particolari problemi. Addirittura nel 2003 il Football Against Racism in Europe (Fare) ci ha assegnato un premio prestigioso come felice esempio di integrazione tra le varie culture. E invece sabato 29 ottobre mentre assistevo, in qualità di Presidente della Polisportiva e della squadra di calcio, nonché di dirigente accompagnatore, ad un incontro del campionato si sono presentati alcuni agenti della squadra anticrimine che hanno contestato la mia presenza in panchina visto che ero sottoposto al Daspo». Alessio fa presente che ha tutti i diritti ad essere lì in quanto dirigente del team e che soprattutto il provvedimento di restrizione (dovuto non a un episodio di violenza ma per aver raccolto un fumogeno durante un incontro dell’Ancona), non può riguardare il campionato di dilettanti. Per tutta riposta riceve l’obbligo di presentarsi in questura appena terminata la partita. «Dopo aver accompagnato i ragazzi mi sono presentato al commissariato dove mi hanno tratto in arresto e portato al carcere di Ancona. Mi sono fatto due giorni di prigione e lunedì al processo il giudice non ha potuto esimersi dal condannarmi a cinque mesi di reclusione, a cinquemila euro di multa e ad altri due anni di Daspo. Ho fatto ricorso perché ci sono sei casi analoghi al mio. Tre si sono conclusi a favore dell’imputato, tre contro». Dulcis in fundo la Federazione, su informativa della questura, ha deciso che il nome Assata Shakur non era politicamente corretto e ha praticamente rifatto il processo dopo 40 anni, chiedendo alla società, perentoriamente, di cambiare il nome altrimenti non avrebbe potuto continuare il campionato. «È bene tenere presente che in Italia Assata non è considerata una “terrorista” perché non rientra nella classificazioni internazionali ma in quelle statunitensi. In ogni caso noi siamo nati nel 2001, mentre la Shakur è stata inserita nella liste della Fbi nel 2005». Chissà se in Federazione sanno che poco tempo fa su La Repubblica un articolo raccontava come nel campionato di seconda categoria del napoletano una squadra che scendeva in campo con una bella croce celtica sulla maglia non è stata sospesa ma solamente obbligata a cancellare la croce.

In ogni caso proprio mentre scrivevamo queste righe Alessio ci ha telefonato per dirci che hanno deciso, momentaneamente, di cambiare il nome alla squadra in Konlassata. Evidente l’ironia. «Noi ci arrendiamo e aspettiamo l’esito del ricorso – dice con risolutezza Alessio – Lo abbiamo fatto solamente per consentire ai ragazzi di continuare a giocare». E a fare il terzo tempo.”

 

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