1. Gli occhi a Trebisonda, il cuore con la vera Inter (quella senza Branca) di Mancini e Balotelli che a Napoli ha probabilmente buttato via la qualificazione agli ottavi di Champions. Ma la partita del San Paolo la vedremo in differita dopo avere scritto queste righe, mentre quella dell’Inter in Turchia ce l’abbiamo ancora ben stampata nella testa e quindi ne parliamo in scioltezza. Abbiamo iniziato ad andare allo stadio nel 1974 (Inter-Cagliari 4-1, quattro gol di Boninsegna) e siamo cresciuti con il ronzio nelle orecchie del genere ‘Questo qui non è da Inter’, quindi a volte ci violentiamo pur di trovare qualcosa di positivo anche in partitacce.
2. Primo aspetto positivo dell’1-1: un primo posto nel girone tutt’altro che banale, visto come era iniziata. Secondo aspetto positivo: senza Sneijder, sul cui infortunio si è sentito di tutto (comunque mai visto nessuno pretendere di giocare con uno stiramento di quel tipo, quindi o è pazzo il marito di Yolanthe o si è voluto coprire un caso), la commissione interna ha dato il via libera al 4-5-1 che per gli amici diventa 4-3-3. E’ lo schema che fa andare meno in sofferenza il centrocampo di vecchi, non casualmente apparsi meno vecchi, e che permette di sfruttare le caratteristiche di Zarate, Alvarez e Coutinho. Quando Forlan sarà pronto si vedrà. Terzo aspetto che fa sorridere: ci sono tre mesi pieni per vincere tutte le partite di media difficoltà in campionato, a partire da Siena, Ranieri è stato preso per questo e difficilmente sbaglierà. Certo, risucchiare tredici squadre per strappare la prossima Champions non è semplice, ma è assurdo fare tabelle adesso.
3. Quanto alla partita, è piaciuto tantissimo Zarate nella versione soldatino che si trattiene (ma non troppo) e anche Alvarez quando sta sulla linea laterale destra sembra avere un senso. Che va al di là del suo primo gol ufficiale interista, merito suo e di un Milito che la sponda la fa come pochissimi e che potrebbe lasciare qualche buon ricordo nelle poche volte in cui Ranieri punterà ancora su di lui dall’inizio (il buonissimo ricordo risale all’annata che sappiamo e che sarà il nostro benchmark generazionale del ‘Non è da Inter’). Il centrocampo è sembrato equlibrato, senza guizzi (se non di Cambiasso in qualche occasioni) visto che la diligenza dei due esterni offensivi ha almeno fino a metà del secondo tempo creato la mitica ‘densità’ che ormai è in bocca ad ogni sgrammaticata seconda voce del pianeta telecalcistico. Sarebbe la superiorità numerica, più o meno. Equilibrato, ma non molto intenso: tante situazioni sulla tre quarti, tipo quella che ha portato al pareggio di Altintop, non sono state disturbate adeguatamente. Affanno nel finale, fra il palo di Mierzejweski,e qualche punizione percolosa, ma nel complesso una onestissima trasferta.
4. Ah, Sneijder. Il rispetto per la privacy sembra riguardare solo gli infortuni dei calciatori, se il pecoronismo permette di raccontare nel modo in cui sono stati raccontati i casi Gattuso (troppo peperoncino) e Cassano (troppa testa a posto) allora partiamo pure dallo stiramento al retto femorale della gamba destra dell’olandese. Per dire che ci sono modi migliori per chiedere di essere ceduto: qualche serata al Tocqueville, con compagnie da Olgettina (confermate dall’overdose di tweet da senso di colpa), non ha mai ucciso nessuno e meno che mai un calciatore, il pensiero che l’Inter non vincerà niente nei prossimi cinque anni (e per la verità non è solo Sneijder a pensarlo) invece sta uccidendo questa stagione che ancora è raddrizzabile. E poi Ferguson non è che apprezzi particolarmente i furbi. Sneijder rimane comunque l’unico giocatore dell’Inter che possa essere avvicinato al concetto di fuoriclasse, è da tenere stretto dando via libera all’orgoglio solo contro gli scarsi.
5. La coda lunga dell’eterna Calciopoli è molto meno lontana dal calcio giocato di quanto sembri. E’ strano che nessuno in casa Inter, non diciamo sui grandi media, abbia definito il mitico ‘tavolo’ chiesto da Agnelli per quello che è: un’idiozia. E’ come se i negozianti che per anni hanno pagato il pizzo accettassero le richieste di chi li taglieggiava, con la scusa che per il bene del paese bisogna ‘superare’ il problema della mafia. La cauta apertura a questo nulla pneumatico, visto che al tavolo dovrebbe sedersi anche il condannato (in primo grado) Della Valle, giusto per fare da sponda a Petrucci, è un errore.
(in esclusiva per fabbricainter)
Il romanzo di una Milano e di un’Italia lontane dai luoghi comuni, anche da quelli sulla criminalità, raccontate attraverso l’incredibile vita di Nino Ciccarelli. Personaggio reale e dalle mille incarnazioni, alcune delle quali gli hanno regalato dodici anni di carcere. Una Milano e un’Italia poco conosciute, dove ambienti all‘apparenza lontanissimi sono in realtà collegati. Finanza, politica, spettacolo, calcio, criminalità più o meno organizzata, cultura: un mondo parallelo che per una serie di circostanze ha permesso a un ragazzo di Quarto Oggiaro di dare del tu a personaggi noti in tutto il pianeta. Il protagonista del libro di Giorgio Specchia è un famoso ultrà dell’Inter, ma il calcio e ciò che gli gira intorno sono solo una piccola parte di una storia che racconta tre decenni senza senso. Chi è nato nella seconda metà dei Sessanta o nella prima dei Settanta potrà magari identificarsi in qualche personaggio, qualcuno dirà che questo è un libro generazionale. Ma di una generazione che non dà lezioni di vita. E nemmeno vuole ascoltarne.
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