1. Luc Castaignos come il Baggio di Italia-Nigeria del Mondiale 1994, un gol che fa stracciare troppi articoli già scritti sulle disgrazie dell’Inter e sulla prestazione orrenda dello stesso olandese. Da oggi torneranno i paragoni estivi, il combo Henry-Trezeguet (e perché non Dugarry?) su tutti, secondo le solite logiche. Su cui non sputiamo, perché sono quelle che ci tengono in vita. Questo è stata Siena-Inter, il classico gol che cambia giudizi, prospettive, simpatie e strategie. Proviamo invece modestamente a scrivere cosa pensavamo fino all’89′ di una squadra modello tiki-taka dei relativamente poveri, più come percentuale di possesso palla (doppia rispetto a quella di Sannino) che come trame. Il 4-5-1 (o 4-1–4-1, per chi pronunciando la parola ‘volante’ si bagna) ha dato ancora una volta equlibrio, nel senso di minore sofferenza. Stankovic, Motta e Cambiasso hanno indubbiamente beneficiato, nel primo tempo, dell’umiltà di Alvarez e Zarate, pur calando (Stankovic e soprattutto Cambiasso) alla distanza. Che poi gli esterni nemmeno in un’occasione abbiano saltato il diretto avversario è un antipatico dettaglio, che non è comunque sfuggito a Ranieri. Che all’intervallo li ha lasciati entrambi in panchina per puntare su Obi e Castaignos. Per alcuni minuti anche loro schierati in maniera pallanotistica, un po’ un pallino dell’allenatore (vedere Alvarez-Zarate, ma anche Nagatomo-Zanetti), per poi tornare sulla fascia del loro piede di calcio. Senza risultati apprezzabili, anzi.
2. E quindi? Come nel primo tempo rischi pochi, se non per qualche ripartenza del Siena, occasioni pochissime e in generale difficoltà nell’effettuare un giocata di qualità, di quelle che ti fanno guadagnare un vantaggio. Nei minuti della disperazione dentro anche Milito per Cambiasso, partendo da rifinitore e in realtà per sfruttare le situazioni di confusione, ma la vittoria è arrivata in maniera lineare. Con il chiusissimo Siena ormai schiacciato dalla sua propria stanchezza, bel servizio in verticale di Motta e Castaignos che con un movimento da punta vera ha portato i tre punti. Conclusione? Nessun passo avanti, ma l’Udinese e quindi la Champions League sono a 10 punti di distanza. Facciamo 7, considerando la partita in meno. Tenendo duro fino al ritorno dei due di qualità mondiale, Maicon e Sneijder, al di là dei piani che possono avere per il proprio futuro, l’Inter può nutrire qualche speranza. Non di scudetto, come ha detto Ranieri nel dopopartita per motivare la truppa, ma di uscire senza troppi danni dalla fossa in cui si era calata.

3. E veniamo a Castaignos, da anonimo litigante con il pallone a uomo partita Sky nel giro di un secondo. La sua prova di Siena rimane anonima, così come le precedenti (la peggiore quella di Novara, pur non essendo stato in quell’occasione il peggiore in campo), ma i 3 milioni puntati su un ragazzo che ha giocato da protagonista in ogni nazionale giovanile olandese rimangono una buona scommessa. Il vero problema è che i Castaignos possono crescere in un contesto che funzioni. All’Inter per mille motivi non si può dire, come sta avvenendo alla Roma, che c’è il mitico progetto. Al di là del fatto che il progetto ci sia o non ci sia. Ci sembra che Castaignos non abbia lo spunto per stare sulle fasce, tantomeno la continuità. Ha il fisico e il senso della posizione della prima punta, senza con questo azzardare giudizi di valore assoluti. Acerbo per fare reparto da solo con l’assetto attuale, alla Pazzini o alla Milito, in un 4-4-2 avrebbe qualche chance di farsi vedere.
4. A proposito di futuro, con Carlos Tevez i club italiani stanno facendo a gara a chi ce l’ha più lungo, ben sapendo di non potergli garantire i 9 milioni di euro netti a stagione che guadagna al City. Parliamo di cifre effettive, fra bianco e nero, perché se arriverà in Italia è quella la cifra che prenderà con buona pace dei penosi cantori del genere ‘Si è ridotto l’ingaggio pur di venire a giocare al…’. In questa partita senza entusiasmo c’è di sicuro anche l’Inter, ci dicono, pur senza gli applausi di quelli del Botinero. Vorrebbe dire centrocampo da battaglia più due punte vere, vorrebbe dire addio Sneijder, vorrebbe dire che su Forlan ci si è doppiamente sbagliati, vorrebbe dire tante cose. La logica dice che Tevez non sarà nerazzurro. Ma solo la logica.
5. Privo di logica è senz’altro, dal punto di vista dell’Inter, il cosiddetto ‘tavolo della pace’ per il post Calciopoli, che il CONI ha programmato per il 14 dicembre. Ancora da definire le convocazioni, ma di sicuro quella per Moratti non mancherà. E’ grottesco che le vittime di un decennio di calcio marcio debbano quasi scusarsi con i carnefici, condannati sia in sede sportiva che in sede penale. La pace la deve garantire lo Stato, non l’imprenditore taglieggiato né tantomeno chi lo taglieggiava.
twitter @StefanoOlivari
(in esclusiva per Fabbrica Inter)
Il romanzo di una Milano e di un’Italia lontane dai luoghi comuni, anche da quelli sulla criminalità, raccontate attraverso l’incredibile vita di Nino Ciccarelli. Personaggio reale e dalle mille incarnazioni, alcune delle quali gli hanno regalato dodici anni di carcere. Una Milano e un’Italia poco conosciute, dove ambienti all‘apparenza lontanissimi sono in realtà collegati. Finanza, politica, spettacolo, calcio, criminalità più o meno organizzata, cultura: un mondo parallelo che per una serie di circostanze ha permesso a un ragazzo di Quarto Oggiaro di dare del tu a personaggi noti in tutto il pianeta. Il protagonista del libro di Giorgio Specchia è un famoso ultrà dell’Inter, ma il calcio e ciò che gli gira intorno sono solo una piccola parte di una storia che racconta tre decenni senza senso. Chi è nato nella seconda metà dei Sessanta o nella prima dei Settanta potrà magari identificarsi in qualche personaggio, qualcuno dirà che questo è un libro generazionale. Ma di una generazione che non dà lezioni di vita. E nemmeno vuole ascoltarne.
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