Un girone fa, già prima del fischio d’inizio di Novara-Inter, avevo capito leggendo la formazione come Gasperini fosse all’ultima recita sulla panchina nerazzurra. E assistere davanti al monitor di un pc allo scempio degli interpreti di un modulo totalmente sbagliato in cui più di un giocatore era fuori posto è stata solo una conferma delle sensazioni iniziali.
E’ come se il mister avesse scelto deliberatamente di affondare, dopo mesi in cui era stato sfiduciato, preso in giro, umiliato in ogni modo da opinione pubblica, tifosi, società e calciatori.
Non ce la faceva più, tanto che nell’intervista alla Gazzetta di pochi giorni fa, aveva ammesso che voleva dimettersi già dopo il 31 agosto, quando al posto di un Palacio o di un Vidal arrivarono Zarate e Forlan. E non aveva ottenuto neppure una reazione d’orgoglio da quegli uomini che dicono di amare l’Inter, di essere professionisti. Lui in mezzo al mare durante una tempesta aveva chiesto un salvagente, nessuno gli ha neppure allungato una mano. E poco conta che si fosse buttato in acqua da solo.
Ieri qualcosa di simile è accaduto a Claudio Ranieri, sempre contro il Novara.
Ha sbagliato tutto: dalla formazione iniziale con Milito unica punta contro una difesa a 5 supportato da due trequartisti che non si muovono senza palla, passando per i cambi di Poli e Alvarez e finendo con lo schierare Wesley e Forlan esterni di un 4231 con Milito dietro Pazzini. Non l’ha fatto deliberatamente, almeno credo, sapeva probabilmente che non era la scelta migliore, ma di certo sperava di ottenere un sussulto, una determinazione, una voglia che di fronte ai primi ostacoli è lentamente scemata fino a infrangersi contro Ujkani, una traversa e un paio di rigori negati. Un brutto segnale.
E’ da quasi un mese che nello spogliatoio è cambiato qualcosa.
Da quando la società non si è opposta al corteggiamento del Psg a Thiago Motta venendone poi travolta perchè giustamente l’italo brasiliano, avendo capito di essere fuori dal progetto in un club senza più ambizioni, ha fatto di tutto per lasciare Milano. Da quando le speranze di avere un centrocampista ed un esterno adatti al modulo che ci aveva permesso di risalire la classifica si sono scontrate prima con la richiesta di aspettare il derby, poi con l’empasse della situazione Tevez, infine con la disperata ricerca di un paio di sostituti dell’ultimo momento che andassero a colmare il buco lasciato dall’unico insostituibile della rosa. Da quando il rientro di Sneijder ha creato più di un problema tattico al mister che se gli chiede di stare vicino alla punta se lo ritrova a metà campo e se gli chiede di correre e coprire la fascia lo vede tentare la conclusione verso la porta 10 volte a partita da posizioni impossibili.
La coperta corta che aveva allungato grazie all’equilibrato 442 è tornata tale, paradossalmente nonostante le aggiunte di due calciatori importanti come Wesley e Diego Forlan. Mondonico non aspettava altro che Ranieri schierasse le due punte più un trequartista in un rombo in cui Cambiasso e Stankovic avevano finito la benzina per piazzare il contropiede perfetto che gli permettesse di mettere Caracciolo o Jeda a tu per tu con Julio Cesar. Era già successo contro l’Udinese, sempre a San Siro, e i panni del vendicatore li aveva indossati allora Mauricio Isla (nel mirino di Branca, si opera al legamento crociato in settimana, stagione finita, auguri).
Se in pubblico l’allenatore, con il noto aziendalismo, si è prodigato per coprire la società e la forte delusione, in privato si è sfogato con il suo staff e ha perso credibilità e potere nei confronti dei calciatori. Calciatori che hanno avuto un evidente calo di tensione, che non riescono fisicamente a reggere il peso di impegni ravvicinati e mentalmente ad avere la stessa fame di vittorie di un tempo, che hanno capito che Moratti ha già deciso di affidarsi ad un nuovo allenatore.
Chi lavora quotidianamente alla Pinetina, i dirigenti mandati a controllare il suo lavoro, le telefonate di qualche senatore, gli hanno raccontato di un professionista che è poco lucido, che non riesce a trovare la quadratura del cerchio, che ha limiti tattici e gestionali ben precisi, che non crede forse più di centrare gli obiettivi fissati al momento della sua assunzione, che non ha superato lo shock del mercato e che in allenamento cambia e ricambia idee, formazioni e uomini con evidenti ripercussioni sulle prestazioni dei singoli.
Vive sospeso tra la speranza (o l’illusione) di risollevarsi puntando su calciatori che comunque saranno ancora qui il prossimo anno (e di cui ha necessariamente bisogno anche perchè sono quelli con più personalità ed esperienza) e il realismo di chi sa che la sua avventura terminerà inevitabilmente prima di giugno, facendo da parafulmine alla debolezza economica ed alle strategie sbagliate della società.
Il rischio di finire con Baresi-Figo, graditi alla squadra, o, più defilati, con Zenga o Stramaccioni, esiste, se i prossimi 3-4 incontri dovessero terminare come gli ultimi 4. E c’è anche il rischio che si ceda a qualche lusinga russa se entro il 24 crolleremo sia contro il Bologna sia contro il Marsiglia.
Ho già visto e rivisto questo film. Cambia qualche interprete, ma il regista ed il finale non cambiano mai.
SIMONE NICOLETTI





