Istantanea del vuoto pneumatico del presente nerazzurro descritta da Adriano ‘5th of November’ Fermi. Sensazione personale o esperienza condivisa?
Ascolto consigliato: “Inestable” – Medio Mutante
Scrivere di Inter viene così.
Perché l’Inter è nei piccoli particolari e nei grandi accadimenti della vita di tutti i giorni.
O forse è la vita stessa che s’infila negli interstizi di un brodo primordiale e infinito fatto di Inter.
L’Inter può essere nascosta in una frase. In una partita. In uno sguardo rubato. In una riflessione al semaforo. In una malinconia improvvisa. Nella macchia lasciata dalla tazzina del caffè sul piattino.
L’Inter viene a cercarci. Perché di lei si parli. E si scriva. Timida, schiva e altezzosa, provoca incontri all’apparenza casuali, in realtà voluti e pensati.
E se lei non viene, allora siamo noi che andiamo a cercarla. Ripromettendoci ogni volta che questa sarà l’ultima.
E’ così da sempre.
Tranne questa settimana.
Questa settimana, l’Inter, non si è fatta vedere. Preoccupato, sono andato io a cercarla. E non l’ho trovata.
Niente. Nessuno.
Lei non c’è o non si fa trovare e a me non viene niente.
Encefalogramma piatto. Nessuna emozione. Nessun sentimento. Nessuna dichiarazione d’amore, nè collera improvvisa. Nessun odore, gusto pressoché inesistente.
Apatia generalizzata e diffusa, avvolta in bambagia spessa, messa sotto vuoto e posta in ambiente asettico e insonorizzato.
Amala, stramala, vivila, cercala, annusala, Bilan merda, certo certo, va bene, quello sempre, ci mancherebbe. Solo che questa settimana tutto il resto è non pervenuto.
Capita. Nessun dramma. E nessun dorma. O forse sono io che dormo. Forse invecchio. O forse sono viziato.
Sono (siamo?) nel nulla cosmico di una stagione che non ha nulla da dire e che nulla ha detto finora. Le partite (tranne quella contro il Male Assoluto) sono come amichevoli, vissute senza pathos. Anzi, nemmeno amichevoli estive, visto che almeno lì c’è la curiosità di spiare dal buco della serratura i nuovi arrivati (nda, plurale enfatico ed esagerato visto le ultime campagne acquisti…)
Adesso si parla di terzo posto, credo con cognizione di causa. E’ giusto crederci, è dovere provarci, è vitale riuscirci viste le nostre casse esangui. Solo che la cosa non riesce a interessarmi. Anzi, forse mi annoia. O forse un pò mi vergogno, perché in ogni paese che si rispetti e dopo una stagione come quella attuale, il nostro posto legittimo sarebbe tra un onorevole settimo e un deprecabile quattordicesimo posto, e invece nel “miglior campionato del mondo” rischiamo pure di qualificarci per la Champions League.
Ecco, c’è Stramaccioni. Potrei parlare di lui. Stramaccioni che sembra bravo e ha (un minimo di) coraggio. E ha pure ridato una parvenza di dignità al nostro gioco. Potrei descriverlo come meglio di Guardiola (possibile). Solo che non riesco a farlo. Non mi viene. Dovrei appoggiarmi alla tiritera che in Italia uno di trentacinque anni è considerato “giovane” eccetera eccetera, ma la cosa è risaputa, già detta. E poi forse sono pudico, non voglio espormi, Stramaccioni lo sento provvisorio, fino a fine anno, non di più, ho paura a ‘innamorarmi’ di qualcuno che probabilmente sarà spazzato via dallo scirocco estivo, e se spazzato non sarà allora vorrà dire che il nostro futuro si annuncia fosco.
Non riesco a sognare e scrivere di fantasmagoriche campagne acquisti estive. Il nostro recente passato insegna che è tempo perso e speranze gettate nel fosso. Prima in spiaggia chiudevo gli occhi nel sole del meriggio incendiato e sognavo quale sarebbe stato lo schema migliore per far giocare i dieci nuovi acquisti che il calciomercato ci aveva appena portato per ottocento triliardi complessivi. Adesso leggo di manovre di avvicinamento a parenti e procuratori di giocatori semisconosciuti che durano da mesi e mi tocca essere fluent in plusvalenze e ingaggi spalmati.
A un certo punto ho persino pensato di dire qualcosa su Mario. Dapprincipio controvoglia e svogliato. Ma subito mi sono vergognato anche di quello. E perché dovrei parlare di Mario? Chi è? Che fa? In cosa tange al sottoscritto e all’Inter? Ora illustre sconosciuto, allora venduto all’unico offerente al momento giusto e a un prezzo molto giusto, con un’operazione capolavoro seconda solo a quelle di Zlatan al Barcellona e Martins al Newscastle. Ci ha dato poco o nulla (nda, anche se nel revisionismo nerazzurro c’è ancora qualcuno che parla del colpo di tacco con la Dinamo Kiev come pietra miliare dei nostri recenti successi… certo certo… come no… a questa stregua allora dovremmo ringraziare anche il magazziniere che ha cambiato la maglia sudata di Milito nell’intervallo al Bernabeu…). Ha buttato no-dico-buttato la nostra maglia come neanche il peggior bilanista ha mai fatto in pubblico, è pressochè ingestibile in qualsiasi spogliatoio di atleti professionisti, rappresenta un ‘caso sociologico’ troppo complesso da gestire in quest’Italia razzista alla base e approssimativa nel suo insieme. E poi il recente e presunto “caso Mario” è stato montato ad arte da giornalisti che si scervellano per riempire lo spazio bianco e vuoto dopo aver scritto due righe sulla “testa alta” e sul “dodicesimo uomo” del Conad-Discount Stadium. E io, cosa devo dire o aggiungere a tutto ciò?
Insomma, niente mi stimola e non trovo nulla di cui parlare in questa terra di nessuno senza argomenti e senza emozioni.
Indietro non voglio guardare, il Vate lo adorerò in eterno ma ora non c’è più, se ne è andato ed è stato giusto così, sul fatto che lui si senta interista a me non interessa, forse tornerà un giorno bolso e satollo e io nemmeno lo riconoscerò. Anche altri interpreti di una cavalcata lunga sei anni se ne sono andati, altri lo faranno ed è bene che lo facciano al più presto, perché ritorni la fame e voglia in tutti noi.
Il futuro assomiglia più a un no future interista con Ernesto Paolillo nella parte di Johnny Lydon. O meglio, un futuro debole e incerto, a giocarsi qualche fiche alla roulette del casinò sperando che esca il numero giusto, sapendo bene che con quello ci paghi magari l’affitto per un paio di mesi e non diventi certo milionario. E allora massì, dai, via alla roulette dei giovani, facciamoli giocare, statisticamente un paio decenti li imbroccheremo anche noi no? E via per altre attrazioni al casinò, tipo la tournée in Indonesia, in fondo basta scansare la sfiga del prossimo tsunami.
Il presente è invece, inesorabilmente e ineluttabilmente, il presente. Già detto, già descritto. Senza sogni, senza grosse speranze, bruciate tutte le illusioni nel grande falò di questi ultimi due anni.
Che poi davvero mi vergogno anche un pò a pensare a tutte queste cose e a pensarle in questo modo. Sembra la reazione di un bimbo viziato di fronte al giocattolo meno bello dei precedenti. E allora ti verrebbe voglia di dare un calcio in culo al giovinetto dicendogli ‘ohi ragazzino, vedi di darti una mossa… che la vita è così eh… e che la bambagia che credi di avere attorno ce l’hai invece sotto le chiappe… tirati su maniche e pantaloni e pedalare!’ E quindi mi affibbio un auto-calcio in culo cercando di motivarmi e trovare spunti in questa semi-primavera nerazzurra. In fondo, a parte l’incantesimo che ci ha trasfomato in carrozza negli ultimi sei anni, prima ci si barcamenava sempre e comunque sulla zucca dei terzi posti e delle Coppe Uefa.
Possibile. Può essere. Come può essere che tutto ciò sia frutto di un’instabilità patologica e congenita.
Però…
Però, dopo tutto, un sentimento flebile e sordo in questo deserto emozionale lo provo anche. Ed è una specie di rancore latente verso chi mi ha messo in questa situazione di oblio. Rancore per scelte sbagliate e incomprensibili in anni recenti, perpetrate con allarmante insistenza e perfido masochismo. Scelte che hanno inconsciamente contribuito ad amareggiarmi e a spingermi ad oltranza in questa camera iperbarica dove l’aria nerazzurra che respiro è molto rarefatta.
E purtroppo, l’aria nerazzurra fa poi parte di un’atmosfera tossica e tutta italiana nei suoi componenti primordiali: ma che senso ha giocare un gioco dove le regole sono truccate e gli altri partecipanti si vendono le partite? E se quando esulto perché ha segnato il mio beniamino, chi mi dice che il difensore avversario non abbia preso soldi per lasciarlo fare? Ma questo è sport o una patacca fasulla e taroccata? Atmosfera tossica che mi chiedo da tempo se valga la pena di essere respirata.
Boh. Adesso basta che il tutto sta assumendo i contorni di un calderone pseudo-vittimista atto solo a giustificare uno stato d’animo, come se degli stati d’animo ci si dovesse in qualche modo giustificare.
Sono qui. Viaggio. Nella mia personale ‘bolla autistica nerazzurra’ che avanza stancamente e in modo casuale di moto proprio, in attesa che venti, eventi e accadimenti la portino in qualche direzione sensata.
E questa noia e questa apatia le traduco in pensieri e parole e le condivido. Che si sa, l’importante è non sentirsi soli.
Adriano ‘5th of November’ Fermi
Chi è Adriano Fermi
Nasce a Milano e vi nasce già ingegnere (e vabbé, nessuno è perfetto) e interista (va già meglio). Corrotto ulteriormente da suo padre in tenerissima età con una maglia nerazzurra e il ‘nove’ con lo scotch bianco del suo idolo Boninsegna.
Migrante da molti anni, attualmente dirigente (extra-parlamentare) di una multinazionale, istruttore subacqueo a tempo perso, velista tanti anni fa, scacchista in una vita precedente (si vergogna pero’ di dire il suo ELO attuale), il suo vero obiettivo nella vita è evitare accuratamente di accostare capi di abbigliamento rossi e neri nel guardaroba.
Collabora con Simone Nicoletti dai tempi di IoStoConMancini e non si sa bene perchè Simone abbia accettato di portarselo anche in Fabbrica.













